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16 marzo, 2018

16 marzo 1978

Aldo Moro - © Bruno Olivieri 2018
© Bruno Olivieri 2018
A quell'epoca frequentavo il quarto anno del liceo Artistico e la mia classe partecipava a un gruppo di studio assieme ad alcuni pazienti selezionati dell'ex ospedale psichiatrico della mia città proprio l'anno prima che, fortunatamente, la legge Basaglia ne decretò la chiusura.
Il progetto sperimentale in accordo con i medici della struttura era quello di realizzare un bassorilievo in gesso basato sui disegni dei pazienti stessi, i quali poi avrebbero preso parte attiva alla creazione del manufatto.
Ogni lunedì e giovedì mattina ci recavamo al piano superiore del padiglione femminile per raggiungere i componenti del gruppo di studio, passando tra due ali di quegli altri degenti che non prendevano parte al progetto. Ci salutavano calorosamente sia al nostro arrivo che, giunta l'ora di andare via, quando ci accingevamo a lasciare la struttura.
Ricordo che quel giorno era giovedì, avevamo concluso quella mattinata di lavoro e contrariamente al solito, mentre attraversavamo il corridoio del padiglione per guadagnare l'uscita, anziché dai soliti saluti venimmo accolti da grida di disperazione e da vari lamenti. Non ci facemmo molto caso dato che, purtroppo, considerato il luogo nel quale ci trovavamo, alcune volte eravamo stati costretti a assistere a scene molto tristi riguardo la condizione di quelle povere persone.
Ad un certo punto mi venne incontro una signora minuta, sulla sessantina, indossava una vestaglia, era sconvolta: "Hanno rapito Moro, hanno rapito Moro...!", urlava. Io e i miei compagni di classe ci guardammo attoniti; a quel tempo non esistevano gli smartphone, nel camerone adibito a laboratorio nel quale lavoravamo non c'erano radio o televisori. Eravamo tagliati fuori dal mondo e all'oscuro di tutto, perciò in mancanza di conferme, considerato il luogo e soprattutto da chi ci veniva data la notizia, dubitando perfino che quei poveretti, alcuni dei quali costretti in quelle condizioni da quasi tutta la vita, fossero a conoscenza dell'esistenza di Moro, reputammo tutto ciò assurdo e trattenemmo a stento una risata.
Poco più tardi a bordo della macchina del professore attraversavamo la città e dall'autoradio le notizie tragiche incalzavano a ritmo incessante. Fu allora che capimmo che i cosiddetti "matti" non erano quelli che ogni lunedì e giovedì lasciavamo dentro quelle vecchie mura! I matti, quelli veri, stavano fuori!
Era il 16 marzo 1978. Avevo 17 anni e imparai che forse avrei fatto meglio a non stupirmi più di nulla, per il futuro.

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